L’allarme climatico e la prospettiva dell’esaurimento dei combustibili fossili hanno imposto un cambio di paradigma innanzitutto culturale a livello globale.
Eppure, sembra che solo l’Europa stia percorrendo la strada della Transizione Energetica a tappe forzate, mentre gran parte del Mondo non dà l’impressione di andare concretamente oltre alle dichiarazioni di principio.
Per esempio, la Cina, sulla cui manifattura si regge oggi gran parte dello sforzo mondiale della transizione, sostiene la sua industria green con un numero sempre maggiore di centrali a carbone — il combustibile più inquinante. E come denuncia un’indagine del Bureau of Investigative Journalism con il Pulitzer Center, sfrutterebbe nei suoi enormi siti produttivi il lavoro coattivo di minoranze etniche trasferite forzatamente dai territorio d’appartenenza.
Il monopolio cinese sulla filiera green mondiale, certificato dai numeri, non sembra essere solo un problema di inquinamento e diritti umani: la dipendenza pressoché totale dalla Cina della catena del valore, per l’Europa è un problema serio anche dal punto di vista economico e da quello della sovranità e del peso geopolitico.
Un altro fattore che concorre a rendere ancora più concreto quel rischio di un Vecchio continente “marginale” recentemente evocato dall’attuale premier Meloni e dal suo predecessore Draghi.
Un quadro d’insieme che dovrebbe spingere l’Europa a un approccio più realista e meno ideologico alla Transizione energetica, a partire dalle scadenze che si è imposta per arrivare a un mix di energie che contempli oltre alle rinnovabili tradizionali anche i biocarburanti.
L’intervento sulla Gazzetta di Parma di Tommaso Moroni Zucchi, responsabile Sviluppo Bio Energie di Socogas Group.